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Attimi di Realtà del Dott. D. Montalto

Beppe Muscio mette in posa la realtà facendo rivivere nei suoi quadri
dall’esecuzione forbitissima, preziosa, mirabile l’antico miracolo della
pittura come replica poetica della vita e delle cose, come addizione di
 bellezza alla pellicola del visibile. Il nitore intellettuale e ottico,
l’atmosfera di perfezione della visione che pervadono i dipinti che con
 lentezza escono dal suo studio, ben poco hanno a che fare con una certa
odierna moda ’iperrealista’ d’importazione americana, dove il colore del
vissuto viene raffreddato e congelato anzi, ibernato nell’artificio della
 simulazione fotografica, delle studiate luci da spot.  Al contrario,nelle
opere di Muscio noi costatiamo, pur nella necessaria o dichiarata presa di
distanza dello sguardo pittorico,quel confronto simbolico,suggestivo,
 coinvolgente con il reale che troviamo nei modelli artistici del passato,
in modo elettivo nel verbo naturalista dei primi decenni del Seicento:
Caravaggio,Guercino,La Tour,Recco, i grandi maestri della natura morta
fiamminga e napoletana, i cui immortali capolavori Muscio ha studiato e
copiato a lungo,sforzandosi di ricrearne materie e pigmenti, e, soprattutto,
cercando di entrare nello spirito di quel tempo’.Uomo colto e sensibile,
 frequentatore di De Chirico e di Cantatore, Muscio  ha ben presto capito   
 che per far rivivere oggi in pittura quella lontana, sublime  lezione non            
potevano bastare la sola scuola, la diligenza del metodo,la riscoperta
 delle formule chimiche di pigmenti, lacche e mistiche, le tecniche del mestiere,
 l’omaggio e il tributo all’antico, tutti perseguiti peraltro con ferrea volontà
autodidatta, con analitica scientificità. Ciò a cui Muscio mirava, e mira, è
qualcosa di ben più celato e difficile della mera ’copia’ o simulacro del reale:
 è invece lo stato d’animo, l’emozione, la soggettività e l’interpretazione che
 presiedono ll’effetto realistico del dipinto. Muscio cerca insomma la
verosimiglianza, cioè la pittura che diviene ’specchio’ vivido e flagrante
 del reale attraverso mezzi dichiaratamente pittorici, non fotografici.
Nella simulazione pittorica delle realtà Muscio vuole restituirci la ’passione’,
ovvero quell’amore per il visibile che gli si è manifestato come destino fin da
 piccolo, quando il nonno lo portava con sé nella natia campagna foggiana e
 lui, ragazzino, s’impegnava a copiare e ritrarre ciò che vedeva, le forme d’un
 frutto, lo splendore dei grappoli d’uva ;la solenne,contorta maestà degli alberi
d’olivo. Tutta l’esperienza creativa di Muscio è stata un inseguire e un misurarsi con ciò che stà dietro e forse oltre la mera tecnica: ovvero il genio della realtà, quella musicale bellezza dell’immagine che parla sempre nelle opere del passato (’Il passato è ancora presente,è palpabile,lo annusi…Per sapere chi siamo, dobbiamo conoscere chi eravamo’), anche il silenzio della pittura, nella ’poesia muta’, come la defini’ Leonardo, della finzione da cavalletto. 
  
I quadri di Muscio vanno scrutati a lungo, letti e riletti nel dettaglio,
accarezzati a lungo con lo sguardo, amati. Solo cosi’ scopriremo che la
loro magistrale perizia ci conduce, pian piano, a ritrovare la segreta musicalità,
 la pregiata armonia di ciò che è ai nostri occhi ordinario, quotidiano,
come una bottiglia poggiata su un tavolo o una figura di donna. Del resto
 è stata proprio la musica, e non a caso, l’altro grande amore di Beppe Muscio:  una passione per lo swing e per il jazz scoperta già all’età di otto anni, e che lo  ha portato a suonare a lungo, come batterista professionista, in locali famosi come il ’ Capolinea ’ di Milano, e nei locali di musicisti quali Jannacci e Radius.
Nei quadri di Muscio, l’immagine nasce per lenta sedimentazione, per
un’accurata e meticolosa sovrapposizione di velature a olio: essa ’accade’
come una progressiva epifania di forme, di colori, di luci, in un maniacale
 perfezionismo della resa che può portare l’artista a utilizzare fino a 20 diverse
tonalità di colore e di sfumature per rappresentare la rossa buccia d’una mela.
 Ognuna delle sue bellissime tele è il risultato di almeno cinquanta giornate di
lavoro, il distillato di un profondo mestiere, perché ’anche la conoscenza tecnica  giova alla poesia’. Il capitolato operativo di Muscio è esattamente il medesimo degli amati maestri olandesi del XVII secolo, capaci di dipingere nature morte di strabiliante realistica. Un paziente lavoro che comincia con la preparazione delle  tele tramite gesso e colla di coniglio, cosi’ da coprire tutte le porosità del supporto  e costruire una superficie compatta, densa. Segue il disegno a matita, eseguito a mano libera, da disegnatore di razza: un disegnare delicatissimo e stringente, in grado di restituirci, già nel costrutto dei volumi e delle ombreggiature, tutta la carnalità d’un nudo femminile. C’è poi quella che con termine antico viene chiamata ’imprimitura’, ovvero il primo delinearsi, tramite sommarie campiture cromatiche, del soggetto, della composizione, del gioco delle masse e delle  fonti luminose. Solo da qui’ comincia la stesura pittorica vera e propria , fatta di ben sette ’mani’ o passaggi coloristici, velature ognuna delle quali  può essere eseguita soltanto quando lo strato precedente si è completamente asciugato. Si può quindi immaginare la lentezza e la complessità di tale lavorazione: ’Il quadro deve essere eseguito al 100% della perfezione, non pasta accontentarsi del 60 o del 70%’.                              
Ogni opera di Beppe Muscio è il retaggio di un impegnativo studio
preparatorio della composizione, di una ’analisi logica’ del dipinto,
di un ’percorso obbligato’ che viene stabilito dagli imput iniziali e necessari,
ovvero dalla strategia delle luci dirette e indirette nonché delle ombre primarie,
 che è poi alla base dell’articolazione dei pieni e dei vuoti sul piano, della mimesi dei riflessi, della sottigliezza delle gradazioni luministiche, della luce che gira mobile, verosimile, non stucchevolmente fissa come la vediamo nella vulgata iperrealista. Insomma è tutta una sapienza visiva e concettuale quella attraverso la quale Muscio è in grado di offrirci una ’ nuova ’ realtà rivisitando l’eredità del passato in chiave autenticamente contemporanea. Beppe Muscio ci offre una realtà non  sfacciatamente fotografica, un algido replicante retinico, bensi’ una sorta di  super-realtà poetica, ingentilita dal complice ammiccare della finzione.
Il genere umano - scrive Eliot nei Quattro Quartetti - non può sopportare
 troppa realtà’, Muscio lo sa e per questo, da poeta qual è, senza lasciarsi
deviare dalle mode e dal mercato, seguita a lavorare intorno a un proprio
personalissimo statuto di realismo, a una cifra stilistica peculiare di fungibilità
del reale che lo conferma come autore di primissima fila nell’odierno contesto
dell’arte, un inedito ’caso’ di qualità e di valore.
Nelle sue ordinate nature morte - tazze,stoviglie,bottiglie,bicchieri e frutti
sempre disposti in una sintassi nitida ed essenziale, congruente alla mente
e all’occhio, in una prodigiosa resa di materie, di riflessi e di trasparenze,
in un accordo raffinato di cromie brune, grigie, avana - cosi’ come nelle
sue stupende modelle nude - mai sfontate, ma sempre assorte, melanconiche,
 con gli occhi quasi pudicamente rivolti altrove - noi vediamo, con riconoscenza, scorrere la linfa e il sangue di una realtà sognata, di un tempo sottratto al corrompimento, un tempo che è proprio come una ’ pausa ’ musicale: preservato, tramite la poesia, dell’arbitrio del caso e dell’evanescenza del senso.



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