Se c’è un concetto, racchiuso in un termine che più d’ogni altro mette d’accordo il pensiero scientifico, quello teologico e quello filosofico è il COSMO. Per Cosmo gli antichi intendevano l’ordine armonico che si rivelava nel creato dopo il caos primigenio. È come dire che dal caos una scintilla del creatore ha permesso che una massa anonima e informe avesse una nuova immagine, un ruolo preciso nel creato e un motivo speciale. Tutto ciò per ogni cosa creata non solo per l’uomo. Per i filosofi greci il Cosmo rappresentava l’idea di bellezza massima cioè unità tra animum, psiche e persona esteriore, vita razionale. Una persona che viveva quest’ unità era in uno stato di grazia e aveva il dono di rendere belle anche le cose che aveva intorno. Per i filosofi pitagorici, quella scintilla che trasformò il caos in Cosmo, è presente in ogni essere vivente, da quella più grande a quella invisibile, come se l’infinitamente grande avesse immagine e ragione di esistere anche nell’infinitamente piccolo e così l’infinitamente piccolo si riflette e può riconoscersi nell’infinitamente grande. Era così per i filosofi neoplatonici come Marsilio Ficino, Giordano Bruno, Francesco Bacone, per Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, e Michelangelo Buonarroti l’infinitamente grande si poteva riconoscere nella linea che diveniva simbolo, nel mistero della rappresentazione sacra, e in quel fare arte che libera l’idea dalla grezza materia. Giuseppe Muscio è un pittore iperrealista, ma è nella coscienza che rivela e riscopre il cosmo attraverso l’arte, che va compresa la sua ricerca artistica. Nelle sue opere sia che si tratti di nature morte sia di corpi presi come in un fermo immagine da una coreografia ciò appare evidente è che quest’artista persegue e ottiene la perfecta armonia tra spazio colore, forma e linea. Le sue opere nascono da un sapiente uso dei materiali molto simile a quello che si legge nei trattati di Cennino Cennini. Usa tela di lino raffinatissima e poi una imprimitura con mescole specifiche le stesse indicate nei trattati rinascimentali, i pennelli sono di martora finissimi, ne taglia le setole perché il colore sia distribuito per punti e non per superficie, più che di pittura parlerei di composizioni cromatiche. Il colore si dispone come le note su di un pentagramma e ogni battuta premette e anticipa l’altra. Il vero si esalta e diventa armonia nelle opere di Giuseppe Muscio, nulla è lasciato al caso anche se nella stesura pittorica la luce immaginaria corregge ed evidenzia ciò che la luce naturale non ha fatto nelle composizioni che lui stesso elabora. I colori ad olio sono amalgamati con pigmenti puri che Muscio plasma con le tecniche derivanti dalla sapienza che deriva da chi fare arte da sempre. Ogni opera è frutto di ore di lavoro paziente, la superficie atona acquista linea, forma e colore e per velature si compone la raffigurazione e la rappresentazione allo stesso tempo. Nelle sue opere si ritrova un equilibrio tonale e di forma che fa pensare all’idea di Danza che aveva Plotino. È geniale il bilanciamento dei colori quasi un chiasmo filosofico il suo, poi c’è la magia delle luci riflesse dalle superfici lucide. Ogni porzione di quadro ha vita a se così come l’insieme si legge dai particolari che corrispondono a meccaniche compositive e cromatiche. Ma è nelle raffigurazioni delle trasparenze che si rivela la geniale maestria di Giuseppe Muscio non usa foto se non per rendere più pratiche le immagini da ritrarre, né è fotografico l’effetto che lui persegue e che comunque ottiene. Ciò che Giuseppe Muscio realizza è una vera sintesi tra il tangibile e il trascendente quasi che gli oggetti ritratti siano l’unico testimone del tempo vissuto soprattuto dei sentimenti, delle sensazioni, delle emozioni. Così una natura morta e le atmosfere delle sue tele monocrome hanno l’aura di evocare quella scintilla che ci fa sentire parte di un’unica magnifica fonte. Il lavoro di Muscio è un risalire per gradi alla riscoperta di quella scintilla antica che la cultura moderna di questi dieci anni del secondo millennio ha semplicemente escluso come cosa inutile e l’ha coperta di vacuità. Nelle opere di Giuseppe Muscio l’osservatore riscopre l’essenziale e nelle sue tele naufraga per ritrovarsi finalmente nella poetica del Cosmo.
Alberto D’Atanasio
Docente di Storia dell’Arte e Semiologia dei Linguaggi non Verbali
M.I.U.R. Ministero, Istruzione, Università, Ricerca.